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Postato da: ilGallus , alle ore: 17:33
E’ una di quelle cose che ho sempre accettato come un dato di fatto incontestabile, puntualmente confermato dall’esperienza diretta, ma che non sono mai riuscito a spiegarmi.
Lo dice anche la fisica, basta fare due calcoletti semplici semplici per tirar fuori una formuletta che recita più o meno così:
V = (P/m)/(g*i).
Che tradotto in parole povere dice che la velocità che un ciclista riesce a tirar fuori su una salita di pendenza i è direttamente proporzionale al rapporto tra la potenza che riesce a sviluppare e il suo peso. Ragion per cui, visto che la potenza che un ciclista ben allenato può sviluppare non varia poi così tanto, in salita vanno bene i piccoletti, quelli leggeri leggeri, che a vederli non gli daresti nemmeno due lire bucate e invece sui pedali quando la strada si impenna schizzano via come schegge impazzite.
Io peso
E già. In bici sono uno scalatore. Senza ombra di dubbio. Uno scalatore diesel, ma uno scalatore. Ed è una vita che nelle gare amatoriali a cui partecipo continuo a perdere terreno non solo in discesa, ma anche nei tratti pianeggianti, costantemente superato dai passistoni che fendono l’aria a 50 all’ora e mi fanno incazzare come una belva, mentre penso “andate andate poi in salita vi vengo a riprendere”…
Fatto sta che è frustrante sputare sangue in salita per poi vedere tutti quelli lasciati dietro che ti riprendono e ti sfrecciano accanto senza fare nessuno sforzo.
Le ho cercate per anni.
Gare in cui si cronometrano solo i tratti in salita. Ce ne sono già, ma non dalle nostre parti.
Cronoscalate. Roba da Tour de France, difficile trovarne per gli amatori.
Maledizione. Ci riuscirò prima o poi a competere in bicicletta alla pari, senza angoli negativi che falsano completamente i miei risultati.
Poi un giorno per caso leggo di un “Gran Premio della Montagna del Monte Livata”.
Il Livata… una delle mie montagne preferite. Un nome che mi fa avvertire a pelle sensazioni fortissime. Gioia e dolore, sudore e caldo di Luglio, muri al 15%, pratoni stupendi e la vetta che sembra non arrivare mai. E tante memorabili pedalate con compagni sempre diversi.
La mia storia in bicicletta è scritta su quel monte. E sarà lui, il Mostro, come l’ho sempre chiamato, a giudicare quello che valgo davvero quando, smessi i panni del responsabile del controllo di qualità di componenti elettronici, per un giorno alla settimana vesto quelli un po’ improbabili del ciclista amatoriale (con nette sfumature cicloturistiche e anarco-ambientaliste).
C’è qualcosa di diverso nella griglia di partenza a Subiaco, Domenica mattina. Non è solo che siamo davvero in pochi, dicono 100, qualcuno rettifica con 78. E’ che nessuno sembra star lì pronto a scattare come una molla. Non ci sarà da sgomitare, non ci sarà da prendere la ruota giusta e organizzare un treno che sfidi il vento e la fluidodinamica. Ci si ritroverà soli con le proprie forze, a contare solo sui polmoni e sulle gambe. E a sperare in un po’ d’ombra.
Si parte in gruppo a velocità controllata. Andatura turistica, dicono. Che vuol dire 25 all’ora per quattro km., tutti di salita non difficile, fino all’imbocco della strada dei Monasteri Benedettini. Saliremo da qui, dal versante di Jenne. Niente muri, quelli terrificanti del versante Subiaco. Ma so già che anche questa salita non scherza. Sono
Quel giorno nemmeno il miglior Capitan Oltre di sempre, quello che poche settimane prima mi aveva rifilato nove minuti sul Terminillo, tenne la mia ruota, per un po’.
Il gruppo si ricompatta. Pronti via, quello vero. Si comincia a salire sul serio, su una delle più belle strade di tutto il Lazio, in quanto a scorci paesaggistici. Roccia a sinistra, strapiombo su valli selvagge e verdissime a destra, monasteri medievali e gallerie antichissime scavate nella nuda roccia in mezzo.
Questi però fanno un po’ troppo sul serio. Il più obeso peserà
Meno male che non fa troppo caldo, oggi. Anzi, minaccia burrasca, ma c’è comunque il sole, anche se la strada è piacevolmente ombreggiata. E c’è un uomo solo in coda. La sua maglia è gialla. Gialla Tour de France, comprata sui Campi Elisi a Parigi durante un recente viaggio di lavoro. Le altre maglie parlano di gruppi sportivi agonistici, di preparatori sportivi, di ammiraglie. Sembrano maglie di ciclisti veri. Come quella verde di un ragazzo giovanissimo che mi supera a velocità quasi doppia, mentre dopo i primi km. comincio finalmente a recuperare un po’ di cadaveri che sono partiti un po’ troppo oltre le proprie possibilità.
Sulla maglia verde del ragazzo c’è scritto Liquigas, e non c’è il numero di partecipazione alla gara. Ma mi passa accanto sfrecciando, e senza mostrare alcuno sforzo, in assoluta scioltezza e facilità. Mi sorride e mi saluta. Gli chiedo un po’ ironicamente, un po’ seriamente, se ha fatto il Giro d’Italia.
Mi risponde di sì, e con un colpo di pedale mi lascia indietro. Una scheggia verde che si allontana sulla salita.
Al traguardo verrò a sapere che si tratta di Valerio Agnoli, classe 1985, professionista e gregario di Ivan Basso, ospite d’onore fuori gara. Meno male và, almeno questo non fa testo.
I passaggi nelle vecchie gallerie sono emozionanti. Rilancio l’andatura a ogni uscita dalle curve, sfiorando la roccia nuda. A tratti mi alzo anche sui pedali, cosa inusuale per me. Ma oggi è tutto diverso, tutto più intenso. Anche il sapore del sudore che cola dalla fronte.
Ogni
Poco prima di Jenne, arriva il tratto più insidioso. C’è un km. di discesa. Facile, pedalabile, niente di impossibile. Ma è qui che mi gioco tutto. Fanculo ai freni, oggi mi butto a palla anch’io, posso farlo senza rischiare troppo, a parte una curva che mi fa provare un brivido imprevisto. Nessuno di quelli che ho dietro mi riprende, tiro un sospiro di sollievo, anche se poteva essere un minuto e mezzo di rilassamento e invece mi ha impegnato quanto i km. di salita.
Il prezzo da pagare oggi è stato non poter sfruttare la discesa per riprendere fiato.
Arriva Jenne. Svolta a sinistra, e muro al 18%. Siamo a metà salita, e comincio a sentire uno strano stato di grazia. Giuro che quella roba che ho bevuto era solo un innocuo gel zuccherino, ma più vado avanti più mi sento fresco. Aumento l’andatura, ho un gruppetto nel mirino che raggiungo facilmente in poche centinaia di metri. Avanti così. Che bello questo bosco, non vedo l’ora di arrivare su ai pratoni.
A tre quarti di salita vedo i primi che cominciano a scendere. Esseri provenienti da pianeti extraterrestri, razze appartenenti ad altre galassie. Universi paralleli fatti di
Cavalli al pascolo. E’ questo, il Livata. I pratoni in cima che ripagano del sudore e della sofferenza. Il battito del cuore che prima si fa costante, poi rallenta. Il mio stato di grazia mi stampa sul volto un sorriso a metà tra la felicità e la demenza. Poi comincia ad arrivare la stanchezza. Sto spingendo più del normale, trainato dalla competizione e allietato dal verde dei pascoli. Il fiatone arriva mentre raggiungo un altro ciclista, che mi guarda mentre passo e mi confida con un filo di voce che non ce la fa più. Gli dico che è quasi finita. Mento sapendo di mentire. E mento anche a me stesso.
Gli ultimi
Il cartello che annuncia l’ultimo km. è una liberazione. Smetto di avvertire la fatica, mi alzo sui pedali, e mi risiedo subito. Peccato, la frase com’era cominciata aveva un sapore epico, ma provateci voi a scattare sui pedali dopo
Gli ultimi
La meraviglia del vallone dei Piani di Livata mi accoglie come una panacea della fatica che per un’ora e venti minuti mi sono autoimposto, mentre potevo starmene a casa a guardare la televisione o collezionare francobolli, mannaggia a me e al mio spirito anarco-competitivo. Sarò arrivato intorno alla cinquantesima posizione, forse. Forse qualcosa di più. Ma non mi interessa più di tanto. L’importante è partecipare. Sarei stato felice anche se fossi arrivato ultimo. Non era la gara che mi interessava.
Finisce qui, e la discesa per tornare a Subiaco ha il sapore della gita al mare dopo l’ultimo giorno di scuola.
N.B.: le frasi in corsivo nel penultimo paragrafo sono assolutamente false, come facilmente intuibile.
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Categorie: storie, diavolo rosso, gran fondo

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